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Italian, 33, male. I pretend I have somthing to say, anyaway there is a lot of space in the internet so I give my 2 cents anyway.

Autostrade

Autostrade

Lucignolo e il Gatto stavano tornando da una battuta di pesca sui laghetti appenninici.
Il grosso fuoristrada di Lucignolo ondeggiava e sobbalzava, ma non si schiodava dal centro della corsia di sorpasso. L’autogrill più vicino era a 15 chilometri, quindi al massimo 5 minuti di sobbalzi ancora. Il sole picchiava forte sul tettuccio della possente automobile e l’inconveniente li aveva colti di sorpresa: l’aria condizionata era andata a puttane sul più bello.
Sudavano come orchi con la febbre gialla. Il piccolo frigobar della vettura era ormai vuoto da tempo, e i 35 gradi dell’autostrada infuocata stavano agendo velocemente sul loro già dissestato metabolismo.
Sete. Assoluta. Lancinante. Insopportabile. Sete.
Questo, e solo questo, tormentava le loro menti, nemmeno chiacchieravano più. Non avevano la saliva per farlo. Il sudore imperlava le fronti, le palme delle mani, la riga interna delle mutande, che diventava una terribile tortura di prurito e bruciore. Entrava negli occhi, tormentandoli. Appiccicava le magliette ai sedili in pelle. Gocciolava dal mento, strisciava dietro le orecchie. Inzuppava capelli e peli.
Sete. A questo stavano pensando Lucignolo e il Gatto sfrecciando intorno ai 200 orari in pieno giorno su una autostrada a due corsie, affollata di enormi camion carichi di mercanzia e materiali.
Inevitabilmente non si accorsero della gazzella della stradale che  si era fermata in una piazzola di sosta per permettere all’agente Riccardi di orinare in tranquillità. L’agente Riccardi si accorse invece di loro. Quasi si depilò radicalmente armeggiando agitato con la zip, praticamente già in macchina e lanciato, assieme al suo collega Lorenzi all’inseguimento della vettura pirata.
Lampeggianti, sirene spiegate, il motore della gazzella in dotazione al massimo dei giri, i due già immaginavano gli articoli sul quotidiano regionale a raccontare il rocambolesco inseguimento. Già allertata la centrale, in caso fossero necessari rinforzi.
Ignari dei loro inseguitori, Lucignolo e il Gatto proseguivano nel loro trip sudorifero verso l’agognato autogrill. Un chilometro. Cinquecento metri. L’imbocco, l’uscita, la salvezza si stagliava di fronte a loro. Con una manovra suicida passarono dalla corsia di sorpasso a quella di entrata, tagliando la strada a un enorme SCANIA che sobbalzò, rallentò bruscamente, bestemmiò un lungo ululato di clacson e proseguì verso ignota destinazione.
Veloci come chi scappa da morte certa, scesero dalla trappola infernale e si fiondarono verso i frighi carichi di birra, acqua minerale e bevande varie della piccola area di ristoro.

Bar Miramare

Bar Miramare

La gelateria Miramare appariva come sempre tranquilla. Il vento muoveva pigramente gli ombrelloni dei tavolini all’aperto. Nella luce del primo mattino pochi turisti passeggiavano sul lungomare e la spiaggia era deserta.
Il Rosso, l’esercente, asciugava la rugiada dai tavolini lanciando sguardi pigri e insonnoliti verso il mare instancabile. L’odore dell’aria e la lucentezza del mattino indicavano l’avvicinarsi lento ma inesorabile dell’autunno.
Una cinquantina di metri più lontano si poteva intravedere l’attività quasi frenetica dei dipendenti del Chiosco Alla Spiaggia che pulivano, fregavano, spazzavano, aprivano ombrelloni, preparavano i gelati, davano acqua ai fiori, trasportavano bottiglie, esponevano caramelle, patatine e brioches calde appena sfornate sotto lo sguardo severo della Badessa e in mezzo agli ordini secchi del Generale: i due fieri proprietari.
Il Gordo aveva fatto festa anche la sera prima, ed era in ritardo. Non che il Rosso fosse particolarmente turbato dalla cosa, ma gli scappava una cagata micidiale e aveva urgente bisogno di chiudersi nello stanzino male illuminato del bagno di servizio con Tuttosport e Liberazione, le letture mattutine. Aveva fatto festa anche lui, col Gordo, la sera prima.
Il Rosso si era guadagnato questo soprannome non a causa di una folta chioma fulva, che non aveva, ma per talune sue idee politiche non eccessivamente moderate. Era un tranquillo, il Rosso, ma da quando il Sommo Liberatore della Patria aveva preso il potere, certe passioni adolescenziali mai sopite erano prepotentemente riemerse alla luce.
Occhiali scuri, barba non precisamente curata, jeans slavati, camicia aperta a mostrare una maglietta che aveva visto tempi migliori, sandali, il Manifesto sotto braccio, grembiulino da barista di una nota marca di birra tedesca, una quarantina di chili di troppo, ecco entrare il Gordo con una faccia da Day After da far paura.
Ci sono mattine che mettersi gli occhiali scuri è come mettersi la cravatta. Un dovere civico. Mica per te, per rispetto a chi ti capita davanti.
Non ebbero bisogno di una parola. A parte che nessuno dei due aveva voglia di intavolare una qualsivoglia conversazione più lunga di un monosillabo, il Gordo conosceva bene le abitudini digestivo-letterarie del suo capo e sapeva che sarebbe sparito per una mezzoretta nei meandri del buio stanzino e degli articoli dell’organo del PRC. Solo dopo aver letto con attenzione Tuttosport, beninteso.
Il Gordo si avvicinò alla macchina del caffè e si preparò il primo doppio espresso corretto Fernet della mattinata, seguito da due Maalox. Niente di meglio per i postumi di una sbronza, diceva.
La mattinata si preannunciava tranquilla, ma il cuore del Gordo era in agitazione. Due le somme preoccupazioni del corpulento cameriere: cosa scrivere che passasse alla storia (era uno scrittore dilettante: di talento pensava lui, da riciclaggio dicevano gli altri) e come conquistare il cuore della bella Susanna.
Ah, Susanna! Gioia della vista, del tatto e dei sensi tutti!
L’aveva incontrata nel suo bar: Il pub Gambrinus, altro crocevia di personaggi appena scappati da un romanzo di Pennac. Era appoggiata al bancone, sola, sbronza come uno scaricatore di porto il venerdì sera. Si era girata verso di lui e gli aveva sorriso. Lei! Una visione da paradiso musulmano, da concorso Miss Riviera, da bordello d’alto bordo… si era girata verso di lui, e gli aveva sorriso. Poi, senza dire una parola, si era staccata dal bancone con grazia, era uscita nel parcheggio antistante il locale, ancheggiando l’ancheggiabile, e aveva vomitato dopocena, cena, pranzo e probabilmente anche la colazione del giorno prima. Senza scomporsi troppo era tornata al bancone e aveva ordinato un ulteriore gin tonic con poco tonic.
Inevitabilmente il cuore del Gordo ebbe un tuffo, poi una capriola, e infine un doppio salto mortale carpiato con avvitamento.
Si era innamorato. Di nuovo. E a farne le spese, come sempre, sarebbe stato il Rosso. Appena le sue capacità fonetico articolatorie fossero tornate a livelli accettabili, il Gordo avrebbe cominciato a tessere le lodi di questa fanciulla da sogno al Rosso, che avrebbe sopportato. Più o meno pazientemente, il Gordo lo sapeva, a seconda della quantità e della qualità dell’eiezione testé effettuata. Il Rosso infatti si preoccupava molto se la sua digestione non funzionava a puntino, e correva subito ai ripari mangiando per due giorni prugne secche e un particolare tipo di fiocchi di fibre che vendevano all’alimentari pachistano del quartiere. Per il Gordo era pesce secco, dall’odore e dalla consistenza, ma il Rosso ne faceva sempre grande uso, mangiandolo la mattina con latte caldo o, quando era veramente di malumore, con yogurt magro. Tutto avrebbe fatto il Rosso per una digestione regolare.
Il Rosso si preoccupava molto per la sua salute in generale. Si rabbuiava per ogni dolorino, il mal di schiena era spesso un’ernia al disco, un raffreddore un principio di broncopolmonite, un mal di gola particolarmente persistente non era dovuto ai due pacchetti di sigarette della sera prima o alla salubre atmosfera perfettamente ventilata del Gambrinus, ma probabilmente a un tumore alle corde vocali. In due parole: ipocondria terminale.
Una splendida giornata di fine estate era quella, altro che storie. Il Gordo uscì dal bar sorseggiando il caffè corretto e respirò la brezza carica di sale e di iodio che saliva dal mare. Non ci sarebbero state nuvole in tutto il giorno, la temperatura era ideale, anche se sarebbe diventato caldo di lì a poco, e il mare ondeggiava placido e soddisfatto di sé dall’altra parte del lungomare, oltre la spiaggia. Addocchiò una salutista in bikini e calzoncini ultra attillati che correva persa in chissà quali pensieri sul bagnasciuga, immaginò un paio di cose che non descriveremo per comune senso del pudore e si ridiresse verso le sue attività mattutine.

La Strega

La Strega

Gli abeti secolari, i faggi sornioni e le nocciole tintinnanti della Val Bruna assaporavano la brezza tiepida che dal piano saliva verso le cime delle montagne. I rami ondeggiavano pigramente alla luce del sole. Nel sottobosco tutto sembrava calmo e tranquillo. Solo pochi raggi di sole giungevano sul tappeto di muschio popolato da lombrichi furtivi, bruchi mangioni, formiche operose, funghi boletosi, ragni salterini e grilli muti.
La ragazza passeggiava tra le felci, vicino al ruscello. Il battito del mondo cercava di rassicurarla, ma il suo volto era adombrato.

Fiume piccolo ed ombroso
la tua acqua scorre al mare
dimmi piccolo scontroso
dimmi cosa posso fare
Qui la storia s’ingarbuglia
qui il futuro si fa bigio
sarà presto parapiglia
sarà presto tutto grigio

Oh mia piccola fanciulla
son ruscello e non son fiume
la mia tenue campanella
smorza presto in acque brune
Chiedi al faggio assai più saggio
dove volgere i tuoi passi
se più in basso verso il poggio
se più in alto neve e sassi

Faggio grande faggio chiaro
le tue chiome danno al sole
dimmi quello che io spero
dimmi presto le parole
che io cerco nella notte
e non trovo nel mio cuore
le parole che non dette
non mi fanno respirare

Oh mia tenera piantina
io non sono quel che cerchi
ma la strada è assai vicina
tra le felci e tra gli sterpi
chiedi alla vecchia del bosco
che rinasce ogni anno per noi
chiedi alla rossa Amanita
per sapere quello che vuoi

La ragazza entrò nel fitto dei rami, per cercare Amanita. La trovò addormentata su un tappeto di muschio, vecchia più del bosco stesso ma appena nata, ché non serve una notte intera perché amanita si svegli. Si sedette di fronte a lei e aspettò. Amanita si svegliò, la guardò e disse:

«Mangiami».

La ragazza mangiò. Ed ebbe la sua visione.

Braci

Braci

Mi ricordo che era freddo. Non quel freddo strano che ti arriva addosso d’improvviso, ma
quello che ti è già entrato dentro, che le tue ossa conoscono da molto tempo. E tutto era
grigio, l’unico tocco di colore veniva dal rumore delle onde del mare, che cambia ogni cosa.
La spiaggia era deserta, la pineta sullo sfondo era un muro impenetrabile, la sottile nebbia
del mattino ci lasciava immaginare molte cose. Anzi, le lasciava immaginare solo a me. Lei
dormiva. Le bottiglie mezze infilate nella sabbia erano disposte in maniera del tutto
casuale intorno a noi, e sembravano un gruppo di lillipuziani incuriositi dalla presenza di
quegli strani esseri giganteschi nella loro spiaggia. L’aurora stava cominciando a farsi più
chiara e una leggera brezza dal mare saliva verso l’entroterra. Lei non se ne accorse, stava
raggomitolata sotto la coperta, perdendosi lo spettacolo di luci dei pescherecci
all’orizzonte.

Non me ne ero mai andato, non potevo, non volevo. Anche allora, immerso nei miei pensieri la
mia attenzione era distorta, incanalata, rubata dalla sua presenza. Non me ne ero mai
andato, gli anni erano passati, scivolati su di me come la brezza di quel mattino. Poi,
senza un perché, senza una spiegazione, lei era tornata. E le braci mai spente erano
divampate di nuovo, fiamme salite in alto nell’aria fresca di quella primavera.

E divorarono tutto. Tutto.

Poi capii cosa stavo aspettando. Pochi gabbiani sul bagnasciuga mi guardarono alzarmi solo
incuriositi, troppo lontano per essere una seria minaccia. Il falò che ci aveva scaldato e
illuminato durante la notte si era spento da tempo, lo rovistai con un bastone, ma anche
l’ultima brace non era più. Il fuoco aveva lasciato solo cenere, già fredda all’aria del
mattino.

Presi le mie poche cose e me ne andai.

Incantesimo

Incantesimo

L’italia ha la forma di uno stivale. Non si è mai capito bene se uno stivale destro o uno stivale sinistro.

La punta è rivolta verso occidente, il tacco verso oriente. Una cosa che non si dice mai è che l’Italia è uno stivale da donna, visto che il tacco è bello alto e a punta stretta. In ogni caso sempre uno stivale è, aggrappato al vecchio continente, dal quale è ben protetto e separato dalle alpi, che sembrano un piumino in questa stagione, belle innevate e lucenti. Certo, stivale ma non impermeabile, ma che volete, da milioni di anni è circondato dall’acqua, si sarà oramai ammollato e lascia passare tutto, dentro e fuori.

Mi sono sempre interessato di politica, anche se in realtà la politca di palazzo mi ha semrpe lasciato molto perplesso. Non sono abbastanza vecchio da ricordarmi la prima repubblica nel dettaglio, anche se qualcosa si è studiato, ma la seconda me la sono ciucciata tutta. Ricordo bene tangentopoli, il ritorno del qualunquismo del biennio ’92 – ’94 (con la sconfitta dell’italia in finale col Brasile), i mille partiti e Cicciolina in parlamento, i governi Ciampi e Dini, che hanno svenduto Poste, Ferrovie,  Telecomunicazioni, Energia e altro con la scusa di una maggiore efficienza (voi l’avete vista? a me che vivo in un piccolo paese mi hanno tolto l’ufficio postale, ma l’efficenza…), la discesa in campo di Berlusconi, la Lega che lo aveva duro (e che ci prova ancora, ma forse col viagra), i comunisti che diventano PDS, poi DS, poi piantano un bell’ulivo, spuntano le margherite, gli asinelli e alla fine l’allegra fattoria torna indietro e dal vecchio PDS riprendono la P e lasciano a casa la S… ma robe da pazzi. Il povero Occhetto, che sarebbe stato anche un segretario decente per i comunsti se non avesse avuto la sfiga epocale (è proprio il caso di dirlo) di esserlo proprio quando cadeva il muro di Berlino. Bertinotti e Cossutta che fondano due partiti fotocopia finalmente ricongiunti da poco sotto l’egida di Vendola. E poi i radicali bene o male sempre fedeli a se stessi. La DC che non ce l’ha fatta a stare insieme e dalle vecchie correnti sono nati tanti piccoli partiti… e di quel che resta dei socialisti meglio tacere.

Beh, ne abbiamo viste di belle e di brutte, in questo tentativo di bipolarismo all’italiana… ma adesso, proprio in questi mesi mi tocca di essere preoccupato. Mi tocca di essere preoccupato perché nel bene o nel male in passato gli italiani, nel loro menefreghismo (che è un grande dfetto, ma alle volte serve anche quello), si sono lasciati scorrere addosso le polemiche politiche per quello che sono: beghe di palazzo. Ma adesso no. Adesso si ritorna ad essere schierati da una parte o dall’altra, e anche abbastanza brutalmente. E’ uno scandalo! si sente: Se ne deve andare, Ha passato il segno! Puttaniere! Corrotto e perverso!  e dall’altra cose altrettanto dure: Ma cosa volete che abbia fatto! Siete solo invidiosi! e ancora, dalle giovani ragazze, a mezza voce: beh, se mi dessero tutti quei soldi lo farei anche io…

E quindi si è ritornati a una incomprensione totale tra due parti del paese, che non solo hanno idee diverse (e ci mancherebbe) ma proprio non riescono a capirsi, hanno due schemi di valori, due visioni della vita e della morale che non coincidono. Proprio per niente.

Quindi al di la della polemica (per quel che mi riguarda io ho ua visione molto British della cosa: si dimetta, si faccia processare dai giudici e se è innocente si faccia rieleggere, con buona pace di legittimi impedimenti e conflitti di attribuzione vari, e si faccia silenzio sul/i processo/i fino alla fine in questo caso, con buona pace di cecchini mediatici e giudiziari), che spesso assume toni grotteschi e inascoltabili, quello che mi preoccupa è che quando sento questi discorsi al bar, eco non troppo lontana di quelli che ascolto la sera a Ballarò o dalla Gruber, mi sembra di vedere i miei concittadini come colti da un incantesimo, lontani anni luce dalle loro vite, dai loro problemi, si dividono sulla vita privata di un anziano signore che incidentalmente è il presidente del consiglio.

E la cosa mi fa paura.

Si perché finché si parla di come risolvere un problema, di economia, di etica, dell’ennesima rotatoria che mi costruiscono sotto casa, mi sta bene, è giusto accalorarsi, avere un’opinione definita e magari anche litigare. Ma sincerametne inimicarsi i propri concittadini perché si ha un’opinione pittosto che un’altra riguardo a questi argomenti…

Davvero, mi sembra che sia sceso un incatesimo sulle nostre vite, come se ogni volta che si parla di queste cose si perda il senso della realtà… spezzate l’incantesimo, possiamo vivere anche senza di loro.