Braci

Braci

Mi ricordo che era freddo. Non quel freddo strano che ti arriva addosso d’improvviso, ma
quello che ti è già entrato dentro, che le tue ossa conoscono da molto tempo. E tutto era
grigio, l’unico tocco di colore veniva dal rumore delle onde del mare, che cambia ogni cosa.
La spiaggia era deserta, la pineta sullo sfondo era un muro impenetrabile, la sottile nebbia
del mattino ci lasciava immaginare molte cose. Anzi, le lasciava immaginare solo a me. Lei
dormiva. Le bottiglie mezze infilate nella sabbia erano disposte in maniera del tutto
casuale intorno a noi, e sembravano un gruppo di lillipuziani incuriositi dalla presenza di
quegli strani esseri giganteschi nella loro spiaggia. L’aurora stava cominciando a farsi più
chiara e una leggera brezza dal mare saliva verso l’entroterra. Lei non se ne accorse, stava
raggomitolata sotto la coperta, perdendosi lo spettacolo di luci dei pescherecci
all’orizzonte.

Non me ne ero mai andato, non potevo, non volevo. Anche allora, immerso nei miei pensieri la
mia attenzione era distorta, incanalata, rubata dalla sua presenza. Non me ne ero mai
andato, gli anni erano passati, scivolati su di me come la brezza di quel mattino. Poi,
senza un perché, senza una spiegazione, lei era tornata. E le braci mai spente erano
divampate di nuovo, fiamme salite in alto nell’aria fresca di quella primavera.

E divorarono tutto. Tutto.

Poi capii cosa stavo aspettando. Pochi gabbiani sul bagnasciuga mi guardarono alzarmi solo
incuriositi, troppo lontano per essere una seria minaccia. Il falò che ci aveva scaldato e
illuminato durante la notte si era spento da tempo, lo rovistai con un bastone, ma anche
l’ultima brace non era più. Il fuoco aveva lasciato solo cenere, già fredda all’aria del
mattino.

Presi le mie poche cose e me ne andai.

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