Bar Miramare

Bar Miramare

La gelateria Miramare appariva come sempre tranquilla. Il vento muoveva pigramente gli ombrelloni dei tavolini all’aperto. Nella luce del primo mattino pochi turisti passeggiavano sul lungomare e la spiaggia era deserta.
Il Rosso, l’esercente, asciugava la rugiada dai tavolini lanciando sguardi pigri e insonnoliti verso il mare instancabile. L’odore dell’aria e la lucentezza del mattino indicavano l’avvicinarsi lento ma inesorabile dell’autunno.
Una cinquantina di metri più lontano si poteva intravedere l’attività quasi frenetica dei dipendenti del Chiosco Alla Spiaggia che pulivano, fregavano, spazzavano, aprivano ombrelloni, preparavano i gelati, davano acqua ai fiori, trasportavano bottiglie, esponevano caramelle, patatine e brioches calde appena sfornate sotto lo sguardo severo della Badessa e in mezzo agli ordini secchi del Generale: i due fieri proprietari.
Il Gordo aveva fatto festa anche la sera prima, ed era in ritardo. Non che il Rosso fosse particolarmente turbato dalla cosa, ma gli scappava una cagata micidiale e aveva urgente bisogno di chiudersi nello stanzino male illuminato del bagno di servizio con Tuttosport e Liberazione, le letture mattutine. Aveva fatto festa anche lui, col Gordo, la sera prima.
Il Rosso si era guadagnato questo soprannome non a causa di una folta chioma fulva, che non aveva, ma per talune sue idee politiche non eccessivamente moderate. Era un tranquillo, il Rosso, ma da quando il Sommo Liberatore della Patria aveva preso il potere, certe passioni adolescenziali mai sopite erano prepotentemente riemerse alla luce.
Occhiali scuri, barba non precisamente curata, jeans slavati, camicia aperta a mostrare una maglietta che aveva visto tempi migliori, sandali, il Manifesto sotto braccio, grembiulino da barista di una nota marca di birra tedesca, una quarantina di chili di troppo, ecco entrare il Gordo con una faccia da Day After da far paura.
Ci sono mattine che mettersi gli occhiali scuri è come mettersi la cravatta. Un dovere civico. Mica per te, per rispetto a chi ti capita davanti.
Non ebbero bisogno di una parola. A parte che nessuno dei due aveva voglia di intavolare una qualsivoglia conversazione più lunga di un monosillabo, il Gordo conosceva bene le abitudini digestivo-letterarie del suo capo e sapeva che sarebbe sparito per una mezzoretta nei meandri del buio stanzino e degli articoli dell’organo del PRC. Solo dopo aver letto con attenzione Tuttosport, beninteso.
Il Gordo si avvicinò alla macchina del caffè e si preparò il primo doppio espresso corretto Fernet della mattinata, seguito da due Maalox. Niente di meglio per i postumi di una sbronza, diceva.
La mattinata si preannunciava tranquilla, ma il cuore del Gordo era in agitazione. Due le somme preoccupazioni del corpulento cameriere: cosa scrivere che passasse alla storia (era uno scrittore dilettante: di talento pensava lui, da riciclaggio dicevano gli altri) e come conquistare il cuore della bella Susanna.
Ah, Susanna! Gioia della vista, del tatto e dei sensi tutti!
L’aveva incontrata nel suo bar: Il pub Gambrinus, altro crocevia di personaggi appena scappati da un romanzo di Pennac. Era appoggiata al bancone, sola, sbronza come uno scaricatore di porto il venerdì sera. Si era girata verso di lui e gli aveva sorriso. Lei! Una visione da paradiso musulmano, da concorso Miss Riviera, da bordello d’alto bordo… si era girata verso di lui, e gli aveva sorriso. Poi, senza dire una parola, si era staccata dal bancone con grazia, era uscita nel parcheggio antistante il locale, ancheggiando l’ancheggiabile, e aveva vomitato dopocena, cena, pranzo e probabilmente anche la colazione del giorno prima. Senza scomporsi troppo era tornata al bancone e aveva ordinato un ulteriore gin tonic con poco tonic.
Inevitabilmente il cuore del Gordo ebbe un tuffo, poi una capriola, e infine un doppio salto mortale carpiato con avvitamento.
Si era innamorato. Di nuovo. E a farne le spese, come sempre, sarebbe stato il Rosso. Appena le sue capacità fonetico articolatorie fossero tornate a livelli accettabili, il Gordo avrebbe cominciato a tessere le lodi di questa fanciulla da sogno al Rosso, che avrebbe sopportato. Più o meno pazientemente, il Gordo lo sapeva, a seconda della quantità e della qualità dell’eiezione testé effettuata. Il Rosso infatti si preoccupava molto se la sua digestione non funzionava a puntino, e correva subito ai ripari mangiando per due giorni prugne secche e un particolare tipo di fiocchi di fibre che vendevano all’alimentari pachistano del quartiere. Per il Gordo era pesce secco, dall’odore e dalla consistenza, ma il Rosso ne faceva sempre grande uso, mangiandolo la mattina con latte caldo o, quando era veramente di malumore, con yogurt magro. Tutto avrebbe fatto il Rosso per una digestione regolare.
Il Rosso si preoccupava molto per la sua salute in generale. Si rabbuiava per ogni dolorino, il mal di schiena era spesso un’ernia al disco, un raffreddore un principio di broncopolmonite, un mal di gola particolarmente persistente non era dovuto ai due pacchetti di sigarette della sera prima o alla salubre atmosfera perfettamente ventilata del Gambrinus, ma probabilmente a un tumore alle corde vocali. In due parole: ipocondria terminale.
Una splendida giornata di fine estate era quella, altro che storie. Il Gordo uscì dal bar sorseggiando il caffè corretto e respirò la brezza carica di sale e di iodio che saliva dal mare. Non ci sarebbero state nuvole in tutto il giorno, la temperatura era ideale, anche se sarebbe diventato caldo di lì a poco, e il mare ondeggiava placido e soddisfatto di sé dall’altra parte del lungomare, oltre la spiaggia. Addocchiò una salutista in bikini e calzoncini ultra attillati che correva persa in chissà quali pensieri sul bagnasciuga, immaginò un paio di cose che non descriveremo per comune senso del pudore e si ridiresse verso le sue attività mattutine.

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