Autostrade

Autostrade

Lucignolo e il Gatto stavano tornando da una battuta di pesca sui laghetti appenninici.
Il grosso fuoristrada di Lucignolo ondeggiava e sobbalzava, ma non si schiodava dal centro della corsia di sorpasso. L’autogrill più vicino era a 15 chilometri, quindi al massimo 5 minuti di sobbalzi ancora. Il sole picchiava forte sul tettuccio della possente automobile e l’inconveniente li aveva colti di sorpresa: l’aria condizionata era andata a puttane sul più bello.
Sudavano come orchi con la febbre gialla. Il piccolo frigobar della vettura era ormai vuoto da tempo, e i 35 gradi dell’autostrada infuocata stavano agendo velocemente sul loro già dissestato metabolismo.
Sete. Assoluta. Lancinante. Insopportabile. Sete.
Questo, e solo questo, tormentava le loro menti, nemmeno chiacchieravano più. Non avevano la saliva per farlo. Il sudore imperlava le fronti, le palme delle mani, la riga interna delle mutande, che diventava una terribile tortura di prurito e bruciore. Entrava negli occhi, tormentandoli. Appiccicava le magliette ai sedili in pelle. Gocciolava dal mento, strisciava dietro le orecchie. Inzuppava capelli e peli.
Sete. A questo stavano pensando Lucignolo e il Gatto sfrecciando intorno ai 200 orari in pieno giorno su una autostrada a due corsie, affollata di enormi camion carichi di mercanzia e materiali.
Inevitabilmente non si accorsero della gazzella della stradale che  si era fermata in una piazzola di sosta per permettere all’agente Riccardi di orinare in tranquillità. L’agente Riccardi si accorse invece di loro. Quasi si depilò radicalmente armeggiando agitato con la zip, praticamente già in macchina e lanciato, assieme al suo collega Lorenzi all’inseguimento della vettura pirata.
Lampeggianti, sirene spiegate, il motore della gazzella in dotazione al massimo dei giri, i due già immaginavano gli articoli sul quotidiano regionale a raccontare il rocambolesco inseguimento. Già allertata la centrale, in caso fossero necessari rinforzi.
Ignari dei loro inseguitori, Lucignolo e il Gatto proseguivano nel loro trip sudorifero verso l’agognato autogrill. Un chilometro. Cinquecento metri. L’imbocco, l’uscita, la salvezza si stagliava di fronte a loro. Con una manovra suicida passarono dalla corsia di sorpasso a quella di entrata, tagliando la strada a un enorme SCANIA che sobbalzò, rallentò bruscamente, bestemmiò un lungo ululato di clacson e proseguì verso ignota destinazione.
Veloci come chi scappa da morte certa, scesero dalla trappola infernale e si fiondarono verso i frighi carichi di birra, acqua minerale e bevande varie della piccola area di ristoro.

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